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GLI ENIGMI DELLA SINDONE PDF Stampa E-mail

uomo della sindone

 

Era un venerdì pomeriggio. Il sole si era oscurato. La terra tremò per lunghi attimi. 

Il velo del tempio di Gerusalemme si squarciò in due.

 

Giuseppe d'Arimatea ottenne di rimuovere il cadavere di quel corpo crocifisso, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose nel suo sepolcro nuovo.

Bisognava far presto: il tramonto, ormai, incombeva e con il tramonto sarebbe cominciato il giorno sacro ai giudei, in cui ogni attività era impedita.

Il primo giorno dopo il sabato le donne - sicuramente Maria di Magdala - si recano al sepolcro, lo trovano aperto e vuoto.

Poi sopraggiungono gli apostoli Pietro e Giovanni. Pietro entrò per primo nel sepolcro, “e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte.” (Giovanni 20, 6)

Quello che era sparito era il corpo di Gesù detto il Cristo.

Per chi ha fede la vacuità del sepolcro è la prova del sacrificio cruento del Figlio di Dio, che il terzo giorno è risuscitato, secondo le scritture.

Per il non credente un mistero, che cela nel passo del Vangelo sopra riportato, un indizio sul possibile trafugamento del cadavere. Per tutti, sulla soglia del sepolcro rinvenuto vuoto, la ragione scivola...

La Sacra Sindone di Torino è, se vogliamo, accompagnata dal medesimo enigma e dai medesimi interrogativi che avvolgono l'intera vicenda.

È stato veramente il lenzuolo funerario che coprì il Crocifisso?

L'uomo della Sindone è davvero il ritratto del Cristo realizzato col suo stesso sangue?

L'impronta si è formata veramente a causa dell'evento soprannaturale della risurrezione?

Questi quesiti ci inquietano perché non ci sono risposte certe.

sindoneNé la scienza sembra in grado di dissolvere totalmente i dubbi.

La Chiesa stessa è prudente sull'argomento: Benedetto XVI ha definito la Sindone «specchio della passione».

L'argomento più prezioso agli scettici è portato dall'esame del carbonio 14, eseguito nel 1988 in tre laboratori diversi su alcuni campioni del lenzuolo: il risultano che hanno dato è che si tratti di un manufatto a cavallo del 14° secolo. Ed infatti, a quel periodo risalgono le prime notizie certe della Sindone, comparsa a Lirey (Francia) nel 1353 come proprietà di Goffredo di Charny.

Vi è poi anche il racconto dei Vangeli, che non parlano di lenzuolo ma di bende e di un sudario (grande all'incirca come un fazzoletto) che veniva posto sul volto.

A favore di chi ritiene autentica la Sindone di Torino vi è la tessitura del telo (a spina di pesce), analoga a quella in uso in medioriente nel I secolo e, soprattutto il rinvenimento di polline proveniente da piante che crescono unicamente in Palestina e che fioriscono in un periodo compatibile con la morte di Gesù.

Ciò che aumenta ulteriormente il dibattito è che, a tutt'oggi, ancora non siamo in grado di capire come l'impronta si sia impressa sul telo di lino, giacché contiene le informazioni tridimensionali di un corpo ed ha le caratteristiche di un negativo fotografico.

Ma ciò che è meno conosciuto al grande pubblico sono le opinioni dei patologi, vale a dire le indagini di chi studia gli eventi cadaverici per ricostruirne la storia.

Ebbene secondo un calcolo non contestato il corpo di Gesù sarebbe rimasto nel sepolcro per un tempo massimo di 39 ore.

In queste 39 ore i fenomi cadaverici si configurano e si susseguono in maniera costante; tra di essi le macchie ipostatiche (vale a dire le macchie del sangue che si accumula sotto la cute) seguendo la forza di gravità si dispongono nelle zone più basse del cadavere.

Se il corpo fosse in posizione di decubito, il sangue affluirebbe verso la parte posteriore.

Nel caso dell'uomo della Sindone si notano chiaramente le lesioni dovute alla flagellazione: è stato calcolato che subì circa 130 colpi tra i polpacci e la schiena.

Ebbene, è la conclusione, non si capisce perché il sangue si sia comportato in maniera tanto anomala: ha lasciato sì le impronte dei colpi subiti, ma in 39 ore il sangue liquido residuo avrebbe dovuto colare, uscire dalle ferite ed imbrattare tutta la parte inferiore del lenzuolo e pertanto, non avrebbe potuto rendere l'immagine percettibile.

cappella della sindoneInvece il sangue è rifluito sulla parte opposta, contravvenendo alla forza di gravità giacché tracce ematiche sono presenti sui polsi, sul costato, sul volto...

Inoltre si ritiene che quei 130 colpi sarebbero stati già di per sé un trauma micidiale bastevole a provocare la morte del condannato.

La legge romana, infatti, prevedeva un massimo di 13 scudisciate (legge Porcia e Sempronia) che avrebbero prodotto 39 lesioni, dato che ogni striscia del flagrum aveva 3 estremità di osso o di piombo.

Già Cicerone e Orazio denunciarono la barbarità del supplizio che conduceva alla morte, se non immediata, almeno per complicazioni.

E invece, l'uomo della Sindone, se davvero fosse identificato col Cristo, dopo questi 130 colpi, ebbe ancora la forza per caricarsi il patibulum (il palo orizzontale della croce) e raggiungere il Golgota.

Certo, fu aiutato dal Cireneo, ma solo per un tratto.

Non è ancora tutto: viene crocifisso e sopravvive per altre 3 ore! 

Lo studioso da cui si traggono queste osservazioni, Aldo Alessiani, conclude che «la mancanza di chiazze ematiche nel lenzuolo inferiore non può escludere uno sfacciato artifizio; l'imbroglio ci deve stare per forza: tutto conduce alla creazione di una emotività smaccata, programmata, studiata fino all'esagerazione; nessuna legge romana prevedeva un numero così inverosimile ed incompatibile con la sopravvivenza di colpi flagellanti. Troppa scena.»

Qualunque sia la verità, la fede non si presta ad abbandonare i piani elevati dello spirito umano per esser sezionata e scrutata come un cadavere per la scienza. 

Il mistero, custodito per tutte le vite, al di là della vita stessa, è da sempre supplemento e sostegno della fede che, impersonale per natura, ha bisogno di essere sorretta dalla parte più visionaria dei nostri sensi, oltre che dalle virtù del Verbo della Rivelazione, che traspongono in essa santità.

 

Written by Simone Muti   published by Manager_Igor Scarabel

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