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| RACCONTO PER UN DISEGNO-III PARTE |
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 25 maggio 2110 Anche Lexa si è ammalato l’altro giorno così oggi l’ho chiamato… pronto… posso parlare con Lexa? Ho detto così perché pensavo di aver sbagliato connessione, la videocamera era spenta e non avevo riconosciuto la voce.
Mi ha detto che sta male, non riesce ad alzarsi dal letto e gli dà fastidio la luce. C’è qualcosa che posso fare per te? No, niente. Ha riattaccato. C’è qualcosa che non va, ma non riesco a capire. Tonfi da sopra. Ho bussato tanto alla sua porta ma non rispondeva. Non l’ho mai fatto, non l’avrei mai voluto fare ma ho abbassato la maniglia e la porta si è aperta. Aveva convertito tutti i pannelli a notte, la casa era buia, volevo chiamarlo, avvertirlo di quell’intrusione, ma non sono riuscita a parlare. Stava davanti allo schermo, aveva una coperta addosso, non mi ero mai accorta che fosse così alto. Perché era tanto curvo? Stai su diritto, sembra che hai una gobba enorme, non l’ho detto, avevo paura. Credevo guardasse qualcosa di blu sullo schermo, credevo che lo schermo riflettesse blu su di lui.
Lo schermo è chiaro. Oirad non ha smesso di mangiarsi le unghie: ha smesso di mangiarsi le unghie della mano sinistra. Ha…hai comprato un cane, Oirad? Non so perché ho così paura, non riesco a mettere a posto i pensieri. Il mio cervello convertito riesce a vedere le dimensioni di tutto ma i numeri non collimano. Oirad si gira a guardarmi. Mi sembra di vedere tutto l’amore e tutto l’odio del mondo. Di lui è rimasto poco, in fondo a uno degli occhi vedo un’espressione che mi porta indietro a non più di qualche giorno fa, quando aprivo la porta e me lo trovavo davanti con le braccia cariche di barattoli: stasera cena cchez ttoi, ho già chiamato gli altri. Avevano commesso un lieve errore durante la sua riconversione linguistica e strascicava le parole in francese. A volte avrei voluto mandarlo al diavolo, lui e i suoi stupidi semi nucleari ma eravamo amici da anni. Davvero stavo pensando a quello, mentre si alzava e veniva verso di me? La coperta gli è scivolata dalle spalle e un’ombra si allarga nella stanza, mi sembra di sentire un lieve sibilo, come quelli che si sentono quando si entra nell’Osservatorio di ornitologia, l’unica fonte di luce è lo schermo, quasi bianco, la sua pelle è bluastra e la zampa che avevo visto sotto la sedia non è di un cane, è uno dei suoi piedi. Allunga verso di me la mano senza unghie, una mano stranamente bella, e afferra le mie. Ho così paura che non riesco a muovermi, tiene l’altra mano con gli artigli a penzoloni, come se volesse evitare di usarla per non ferirmi. Guarda le mie mani e, come da lontano, lo sento urlare: perché tu no, perché tu no? Mi trascina davanti allo schermo: ci sono una decina di immagini, persone, no, forse una volta lo erano, cose come lui. Una parte del loro corpo è di una bellezza straordinaria (sul supporto archiviato alla voce Leonardo c’è una figura con le ali che si china verso una donna, io e Karmus ci guardiamo e abbiamo gli occhi lucidi: che cosa ci siamo persi? Il professore del Centro arriva e dice che il tempo è scaduto), l’altra ha tanto orrore dentro da andare oltre la ragione (ecco il loco dove ti convien che di fortezza t’armi… che cosa vuol dire, Karmus? Non lo so. Sta finendo il tempo, memorizziamo le parole, poi torneremo a cercare altro). Credo che i ricordi mi vengano per tenermi legata alla realtà . Oirad cerca di spiegarmi. Sono esseri mutati, sono venti in tutto il mondo, hanno il suo aspetto e sopravviveranno. Gli altri moriranno tutti. Io sono gli altri. Non siamo riusciti ad arrivare in tempo, dobbiamo ricominciare da capo, mi dice. Non so cosa voglia dire, non mi interessa più. Penso alle figure dipinte.
31 maggio 2110 Sono Oirad. Voglio finire questo scritto prima di partire. Allal è morta, non l’ho uccisa, ho solo accelerato la sua fine, eravamo amici, mi ha sopportato tante volte, glielo dovevo. Le altre persone sono ancora in agonia. Sono entrato dalla finestra che ha lasciato aperta per non farmi vedere da qualcuno non ancora morto. Le ho dato un sonnifero. Ho volato sopra una scogliera e l’ho lasciata cadere dove le rocce erano più appuntite. Solo uno dei miei occhi ha potuto guardare la sua testa che si fracassava sui sassi, l’altro ha visto levarsi un’onda bianca, poi più niente.
Il racconto è nato dal disegno di Dario Rivarossa Written by Elena Colombo...published by manager_alessandrobechis
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